“La Grande Madre” e l’Instagram Call #TeachingToWalk

In occasione della mostra “La Grande Madre”, parte del palinsesto di Expo in Città, a cura di Massimiliano Gioni, progettata dal Comune di Milano e dalla Fondazione Nicola Trussardi, in anteprima italiana, viene presentata la performance Teaching to walk dell’artista slovacco Roman Ondák. Tutti i giorni, nelle sale della mostra, una mamma insegnerà al proprio bambino a camminare.

Sono quei primi passi. Il primo slancio di indipendenza. Quell’attimo in cui mamme a papà improvvisamente snocciolano litri di dolcezza e sguardi mielosi dettati da rughe sulla fronte. Proprio in mezzo agli occhi. E un dizionario fatto di monosillabi onomatopeici: “Ohhhh, Uh, Eh, Gné, Ehi Ehi, Frrr”. 
#TeachingToWalk è un evento dentro l’evento. Una performance fisica e un’Instagram Call. E così, tutto diviene un bel racconto collettivo di un istante imprevedibile e incantevole: i primi passi. L’idea è nata dall’esperienza personale dell’artista che, da padre, si è trovato a osservare l’intimità che si creava tra sua moglie e il loro bimbo proprio nei momenti in cui lei gli insegnava a camminare. Teaching to walk vuole quindi isolare il momento preciso in cui un bambino muove i primi passi verso l’indipendenza e perde gradualmente il contatto fisico con la madre. Catturare l’imprevedibilità, il suo mantra creativo. Non limitandosi a rappresentare quell’attimo, quanto piuttosto creando un vero e proprio coinvolgimento.

Mamme, fatevi avanti quindi. Andate sul sito e scrivete. La Fondazione Nicola Trussardi vi cerca insieme ai vostri bambini (di sesso maschile) per farvi venire una volta al giorno, per qualche giorno e per mezz’ora circa, a visitare la mostra, e a camminare nelle 29 sale in mezzo a oltre 400 opere.

Ma #TeachingToWalk non è solo una performance, è anche una call aperta a tutta la community di Instagram: un invito a condividere, con una foto, i primi passi, i propri o quelli di chi amiamo. Un instante. Uno scatto. Il primo gesto di indipendenza.
 Partecipare è semplice: basta postare su Instagram una o più immagini con l’hashtag #TeachingToWalk. Tutte le fotografie condivise saranno raccolte in un grande album in progress, sfogliabile sul sito www.lagrandemadre.org. La call si concluderà il 15 novembre 2015, con la chiusura della mostra La Grande Madre.

Imprevedibilità, integrazione tra il reale e il virtuale, condivisione, relazione umana, questi gli ingredienti principali di un momento di forte coinvolgimento. C’è un filo che unisce tutti noi. Quel filo si chiama emozione. Che essa sia creata con una tastiera o dalla pelle. Sempre di vibrazione si parla.

Roman Ondak – Teaching to walk, 2015 – La Grande Madre, Palazzo Reale, Milano (26 agosto – 15 novembre 2015) – Photo: Pietro Baroni – Courtesy Fondazione Nicola Trussardi, Milano

Facebook introduce i video a 360°

Facebook è sempre in movimento, da sempre. Cambiano dimensioni delle immagini, layout di pagine e profili, tasti (come il Dislike) e vengono aggiunte funzionalità. Questo per la gioia di utenti e addetti ai lavori [da leggere con tono sarcastico].
L’ultima novità, in ordine di tempo, è l’introduzione dei video a 360°.

Di cosa si tratta?

Come avrete letto nel titolo (lo spoiler era inevitabile) si potranno visualizzare video a 360°.
I clip vengono creati attraverso uno speciale set di videocamere che registrano la scena simultaneamente. Questo significa che, quando il video viene riprodotto sul social network, l’utente potrà scegliere da quale angolatura guardarlo.

Da desktop, potrà farlo muovendosi con il cursore mentre dai dispositivi mobili potrà fare la stessa cosa, ma con le dita o semplicemente ruotando il dispositivo.
I primi publisher ad utilizzare questo formato video saranno: Star Wars, Discovery, GoPro, LeBron James & Uninterrupted, NBC Saturday Night Live, e VICE.

Speed across the Jakku desert from Star Wars: The Force Awakens with this immersive 360 experience created exclusively for Facebook.

Posted by Star Wars on Mercoledì 23 settembre 2015

 

La funzione è fruibile da subito per la versione Facebook da browser e dispositivi con sistema operativo Android. Nei prossimi mesi arriverà anche per iOS.

Quali sono le possibilità per i brand?

Come per ogni nuova funzionalità c’è spazio per la sperimentazione. Creatori di video e storyteller avranno la possibilità di esplorare questo nuovo mezzo e proporre contenuti divertenti e ingaggianti che puntino su un’esperienza dell’utente nuova e immersiva.

Dislike, questo sconosciuto

La scorsa settimana Mark Zuckerberg ha annunciato durante una sessione di Q&A che Facebook è al lavoro su una soluzione che vada oltre il “like” ai contenuti. Questa dichiarazione ha sconvolto le menti degli utenti e dei professionisti del settore, che si sono sbizzarriti nelle interpretazioni più svariate di questa affermazione sibillina.

Quello che è stato realmente detto non è molto, riassumiamo per punti:

  • Facebook sta lavorando a un tipo di interazione diversa dal “like”.
  • La ragione sta nel consentire di esprimere maggiore empatia per le storie, a volte tristi o negative.
  • A breve cominceranno i test di questa nuova funzionalità.
  • Se i test saranno positivi proseguiranno con il rilascio al pubblico.

Quello che si è letto in giro invece è stato libera interpretazione:

  • Non si tratterà di un tasto “dislike”
  • La funzionalità riguarderà solo gli utenti e non le pagine

Fortunatamente possiamo ascoltare le sue stesse parole per renderci conto della vaghezza di quanto raccontato alla sessione di domande.

Nonostante la penuria di informazioni, ci sono diversi aspetti interessanti su cui riflettere:

  • Non è chiaro come questa novità influirà all’interno dell’algoritmo del newsfeed. Sappiamo che nuove metriche sono già state prese in considerazione per misurare il gradimento verso i contenuti, come il tempo speso sulle storie, anche in assenza di interazione. Questo lascia intuire il desiderio di interpretare in maniera più granulare i comportamenti delle persone, andando oltre l’accezione iniziale like-centrica.
  • Un altro aspetto interessante è quello che riguarda l’advertising: questo nuovo approccio verrà impiegato anche nelle campagne a pagamento? Se sì, potrebbe trattarsi di un modo furbo di spingere le persone a interagire in ogni caso anche con contenuti che non gradiscono? In questo caso uno dei risvolti sarebbe quello di un aumento dei costi dell’adv, dal momento che una percentuale maggiore degli utenti interagirebbe con il contenuto, pur non portando valore di sentiment positivo per il brand. Questo sempre nell’ipotesi del tasto “dislike”.

Quello che sappiamo per certo è che l’argomento ha incontrato l’interesse delle persone, quindi primo test superato. Dettagli invece ne abbiamo pochi, quindi non resta altro da fare che aspettare gli sviluppi nei prossimi mesi.

Google+: everything in its right place

Un annuncio interessante arrivato l’altro ieri smuove la scena social media: non sarà più necessario disporre di un account Google+ per utilizzare i vari prodotti di “big G”, basterà un account Google. Il motivo di questa scelta? Everything in its right place, dice il vice presidente del reparto Streams, Photos and Sharing:

“We’re going to continue focusing Google+ on helping users connect around the interest they love, and retire it as the mechanism by which people share and engage within other Google products.”

In altre parole il colosso di Mountain View è tornato sui suoi passi, ammettendo che forzare gli utenti ad avere un account Google+ per usare il resto dei servizi non è stato proprio una buona idea. Questo sia perché manifestato direttamente dalle persone, ma anche perché a quanto pare l’esecuzione del progetto si è allontanata dall’idea iniziale.

Quale sarà dunque il futuro di Google+?
Difficile dirlo, quello che è certo è che per ora cercherà di avere aspettative più realistiche, per iniziare smettendo di inseguire Facebook e concentrandosi su una strategia differenziata e incentrata sugli interessi e gli argomenti (vedi l’introduzione di Google Collections).

Riflettendoci Google ha sempre avuto una miriade di prodotti e servizi distinti, accomunati solo nel menu in alto. Con l’introduzione dell’ennesimo tentativo di vincere nel panorama social, dopo Buzz e Wave, l’errore è stato proprio quello di forzare la relazione tra le varie appendici: YouTube, Google e via dicendo. Questa forzatura ha creato confusione degli utenti, oltre a costituire un vero e proprio flusso illogico nell’esperienza di utilizzo.

Definito il “Facebook killer” nel 2011, oggi molti vedono Google+ morto e sepolto piuttosto. Secondo AdWeek invece non tutti sono di questo avviso, contando sul successo di alcune componenti della piattaforma come Hangout e Photos, oppure sull’utilizzo della piattaforma da parte dei millennials che si nascondono dai genitori, tutti accalcati su Facebook.

Le parti dell’ultimo progetto social di Google forse vivranno da sole come la coda mutilata di una lucertola, ma quello che è certo è che il colosso di Mountain View non ha fortuna con i social network. Qualche minuto di silenzio per i caduti in battaglia Wave e Buzz ascoltando i Radiohead.

Pay with a tweet: pagare i contenuti con le azioni sociali

Così come la maggior parte dei media anche i social network sono un mercato a due vie, dove da una parte ci sono i consumatori che fruiscono i contenuti e dall’altra i brand che comprano spazi pubblicitari e offrono contenuti. Come sappiamo bene a differenza di altri media sui social gli utenti possono anche produrli i contenuti, menzionando o semplicemente citando i loro marchi preferiti. Spesso ciò avviene anche in modi e per motivi lontani dalla funzione del prodotto, per esempio quando gli spot diventano dei veri e propri meme, entrando nell’abitudine linguistica del quotidiano.

Il brand può impiegare a suo vantaggio il comportamento spontaneo delle persone affinché producano contenuti in una maniera fruttuosa e quantificabile. Quello che si definisce come approccio “spintaneo”. La call to action rappresenta lo strumento base per indirizzare il comportamento degli utenti, che può essere ricompensato dando visibilità e importanza a quanto prodotto, oppure attraverso la spedizione di gift a tema con l’iniziativa.

Un’altra soluzione che permette di definire in maniera più precisa l’output e lo sforzo richiesto all’utente è costituita dal “pagamento” attraverso le azioni sociali, in cambio di prodotti, servizi o contenuti erogati dal brand. Il modello più noto è il “Pay with a tweet“, dove viene chiesto all’utente di twittare un testo predefinito in cambio di ciò che era interessato ad ottenere. Nel tempo questo formato si è evoluto, approdando in ambiti diversi rispetto ai servizi e ai contenuti digitali, vediamo alcuni casi interessanti.

Il brand inglese Innocent ha deciso di aumentare la portata della comunicazione sui pranzi vegetariani con l’iniziativa “Tweet & Eat”, dove al raggiungimento di determinate soglie di volume di tweet il prezzo dei prodotti veniva abbassato a favore dei consumatori. L’hashtag di progetto è diventato trending topic nelle quattro ore successive al lancio, con 40.000 persone che hanno scaricato il coupon.

Un concetto simile è stato applicato da Showtime per la sua serie Homeland, dove è stato chiesto ai follower di twittare all’account della serie includendo l’hashtag #HomelandIntel. In cambio gli utenti hanno ricevuto un tweet con il link per guardare il clip esclusivo.

Il produttore inglese di snack Walkers Crisps ha pensato a una declinazione ancora più creativa di questo approccio, disponendo in tre fermate del bus di Londra dei dispositivi speciali. Le persone sono state coinvolte attraverso un video dove il testimonial della campagna, Gary Lineker, chiedeva loro un tweet dove lo menzionassero su Twitter in cambio di uno dei nuovi prodotti. Guardate il video per farvi un’idea:

Voi cosa ne pensate? Fareste mai un tweet per ottenere in cambio qualcosa?

L’Italia ama lo smartphone

Il proliferare dell’utilizzo degli smartphone è ormai cosa assodata, lo possiamo notare ogni volta che andiamo a un concerto dalle mani alzate e dagli schermi che disturbano la visuale del palco per esempio. Ma gli italiani quanto amano lo smartphone? Tanto. Secondo una ricerca condotta da Deloitte, “State of the Media Democracy“, l’85% ne possiede uno. Aspetto ancora più interessante è che il dato risulta in crescita rispetto al 2013, dove era il 72% ad essere dotato di un telefono di ultima generazione.

Più smartphone significa anche un maggiore utilizzo dei servizi disponibili sul web in mobilità, quindi seguendo abitudini e modelli di fruizione diversi. Disporre di questo genere di informazioni è fondamentale, perché ci consente di ottimizzare la mobile social marketing strategy affinché ottenga risultati coinvolgenti come su desktop. A completare il panorama dobbiamo considerare che su Facebook il 60% degli accessi avviene da mobile, principalmente tramite l’applicazione.

Qual è il risvolto sulla mobile social marketing strategy?
I brand non possono più permettersi di trattare il mobile come un’appendice della strategia digitale, al contrario la strategia e i contenuti vanno ottimizzati in partenza:

  • Secondo il modello di fruizione
  • Secondo le specifiche tecnologiche
  • Secondo criteri di leggibilità

Ignorare questi aspetti implica un tasso di interazione con i propri contenuti inferiore, che grazie all’EdgeRank sappiamo condurre a un futuro di reach molto bassi che a loro volta portano a interazioni ancora più basse.

Come usare questo dato a proprio favore?

  • Considerare un modello di fruizione mordi e fuggi deve condurre a un tipo di scrittura semplice e chiaro, con testi di lunghezza ridotta e terminologia di facile comprensione.
  • Nel momento in cui viene inserito un link in un post, considerare il sito di destinazione e domandarsi se è fruibile agevolmente via mobile, un test pratico è utile allo scopo.
  • Assicurarsi che le immagini di accompagnamento al testo che abbiamo scelto siano leggibili anche su schermi di dimensioni ridotte, mentre si è di fretta o si sta facendo altro.

Siate sinceri, quanti di voi ottimizzano i contenuti per il mobile?

 

Social Media Marketing Internazionale

Un’azienda che opera in un contesto internazionale, esportando prodotti o servizi, ha la necessità di dotarsi di una strategia di marketing e di comunicazione che parli più lingue. Ma un “interprete” può essere sufficiente allo scopo? Secondo noi no. Questo significa che non è sufficiente tradurre i contenuti in un’altra lingua per fare in modo che siano efficaci e rilevanti per gli utenti, almeno in una strategia di Social Media Marketing Internazionale.

Questa affermazione non è sempre vera, perché per esempio nel campo pubblicitario spesso si procede proprio in questo modo, traducendo i testi e montandoli sull’impianto grafico di campagna.

coca-cola social media marketing internazionale

Il paradigma si prospetta come traduzione versus localizzazione, ovvero: conviene tradurre i testi e adattarli a quello che si ha, oppure localizzare la strategia secondo il contesto culturale e linguistico della regione dove si andrà a operare? Nel campo del Social Media Marketing Internazionale è senza dubbio più efficace la seconda ipotesi. Soprattutto perché in questo modo si riescono a valorizzare le peculiarità dei mercati esteri dove il brand va a operare.

Il contesto culturale è un aspetto importante sotto diversi punti di vista, tutti quelli che compongono la strategia che andremo ad approntare, ovvero:
Attività editoriale: tradurre i contenuti nella lingua di destinazione è un approccio limitato, occorre scriverne ex novo, affidandosi a professionisti del mestiere, non a semplici traduttori.
Influencer marketing: affidarsi ai blogger e alle persone più influenti nell’area di azione, disegnando l’evento o i materiali da recapitare secondo gli aspetti più rilevanti in base all’attività prevista.
Community management: è l’aspetto più delicato. Gestire le interazioni scaturite da una strategia di Social Media Marketing Internazionale senza comprendere appieno le sfumature di una lingua che non si padroneggia può condurre a fail memorabili.
Oltre a quanto appena visto, c’è un aspetto basilare ancora: il fuso orario. Come possiamo monitorare tempestivamente le interazioni se di default siamo destinati a visualizzarle ore dopo?

Le complessità e la variabilità dei differenti contesti culturali può condurre a esiti imprevisti. Infatti talvolta è necessario stravolgere l’impianto strategico definito, prevedendo un approccio completamente diverso per una determinata area.

IAKI ha seguito la campagna Tommy Hilfiger Eyewear, con l’ambizioso obiettivo di divulgare lo stile “preppy” in Italia, Spagna, Germania e Francia. Una combinazione di Social Media Marketing, Influencer Marketing, online advertising e consumer promotion hanno costituito il Marketing mix vincente per questo progetto.

La decisione strategica più importante è stata quella di rimanere focalizzati sui valori preppy legati al brand Tommy Hilfiger: “il preppy è la combinazione di accessori, non è un nuovo modo di vestire”, questo è stato per noi complicato da interpretare, proprio perché un po’ fuori dalla cultura italiana legata alla moda. Abbiamo dovuto leggere tantissimo su questo tema, passare ore e ore a prendere le misure tra le informazioni online e quelle on the road.

Gestire in modo integrato i Social Media all’estero comporta la padronanza delle complessità del contesto culturale di riferimento, oltre a un team di professionisti specializzati e una spiccata sensibilità strategica.

Custom timeline, content aggregation secondo Twitter

Twitter ha introdotto da un paio di giorni le Custom timeline, ovvero la possibilità di creare delle timeline che contengano solo tweet decisi dall’editore. Questa non è l’unica funzionalità interessante, infatti una volta creata la timeline personalizzata è possibile linkarla oppure embeddarla presso i propri canali digital.

La timeline personalizzata fornisce una soluzione per l’aggregazione di contenuti provenienti da Twitter riguardo un certo tema, posizionandosi sullo stesso binario di Storify o altri servizi di content aggregation. La differenza fondamentale rispetto ai tool menzionati consiste nel limite all’aggregazione dei soli contenuti Twitter.

Come si crea una Custom timeline?
Prima di tutto è necessario dotarsi di TweetDeck, oltre a essere tra i fortunati a godere del rollout di tale funzionalità. Una volta loggati al servizio l’operazione è molto semplice:
– Clic sul “+” per aggiungere una nuova colonna
– Selezioniamo l’opzione “Custom timeline”
– Facciamo l’ultimo clic sul tasto blu “Create custom timeline”
A questo punto la nuova colonna verrà creata, rimane solo da inserire titolo, descrizione e aggiungere i tweet desiderati. Una volta pronta non resta che condividere il link oppure embeddare il widget sui propri spazi.

Uno dei temi emergenti su Twitter è il confronto con Storify, ovvero la possibilità o la previsione che questa nuova feature possa spodestare il servizio di content aggregation più noto fino a questo momento. Attualmente le Custom timelines sono un servizio acerbo e non privo di spigoli vivi, scorriamoli velocemente:
– Aggrega solo contenuti Twitter (ok, è una scelta voluta)
– Esiste un problema di ordinamento (i tweet possono avere solo ordine anti-cronologico)
– Non è possibile creare timeline private (su Storify sì)
– È necessario dotarsi di un altro tool, per quanto sia gratuito (TweetDeck)

In conclusione possiamo affermare che per il momento Storify può dormire sonni tranquilli, però le cose potrebbero cambiare nell’immediato futuro e lo share di mercato vedere una sensibile erosione.
Voi cosa ne pensate? Vi siete già cimentati con le Custom timeline?

WeTilt, un esempio di social field marketing

Il social field marketing è una disciplina che comporta l’impiego di personale sul campo, impegnato in una comunicazione unidirezionale tramite l’impiego del sampling, della distribuzione di merchandise, dimostrazioni di prodotto o marketing esperienziale.

Questo tipo di processo e la meccanica unidirezionale comportano uno sforzo maggiore da parte degli attori impegnati nel coinvolgimento del pubblico. Ciò è dovuto al target cui ci si rivolge, distratto e poco interessato, solitamente restio ad essere fermato e coinvolto per via della sovraesposizione a questo genere di iniziative.

Il trend dei progetti di field marketing, si orienta in direzione dei social network, a discapito dei canali tradizionali. Questo perché il social apre un canale che consente agli utenti di individuare con quali brand e prodotti desidera interagire.

Un esempio concreto è l’iniziativa WeTilt, promossa da Decathlon, dove gli utenti vengono reclutati tramite il sito wetilt.it e i canali social del brand per testare la bicicletta pieghevole Tilt 5, B’TWIN. Le persone possono iscriversi attraverso un tab posizionato sulla pagina Facebook e candidarsi per un test metropolitano in tre città diverse: Milano, Firenze e Roma. Tra tutti i partecipanti saranno estratti i vincitori di alcune bici pieghevoli. Anche gli altri canali dell’universo Decathlon sono stati coinvolti a diversi livelli per offrire una presenza integrata a livello digital. Su Facebook oltre al tab è stato previsto un filone editoriale dedicato all’iniziativa, la customizzazione grafica del canale e una campagna di advertising a supporto. Stesso discorso per Twitter, che oltre a cinguettare informazioni e dettagli su WeTilt, è stato vestito con una skin grafica articolata in background e copertina del profilo, in questo caso si è cercato di sfruttare appieno i vantaggi che ad oggi è in grado di offrire il Twitter marketing. Il brand inoltre ha attivato i suoi canali corporate a integrazione della srategia di comunicazione.

Se il 20 giugno sarete nei pressi di Milano, Firenze o Roma, iscrivetevi a WeTilt per confermare la nostra teoria.

Festival Internazionale del Giornalismo. Il secondo giorno.

La seconda giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è trascorsa all’ombra dei big, ombra si fa per dire, visto il diluvio pomeridiano. I keynote di Emily Bell del Guardian, e Harper Reed, CTO per la campagna di Obama, sono stati i main event di oggi.
Ma partiamo dal principio. Abbiamo imparato che Scribble Live può essere un ottimo strumento per il content aggregation, soprattutto quando i contenuti sono concessi in syndication ad altre testate in tutto il mondo. Un esempio? Durante i tragici avvenimenti della maratona di Boston, la testata Boston.com ha usato Scribble Live per aggregare sul proprio sito i contenuti provenienti dai propri reporter e dai cittadini, uniformandoli in un flusso unico regolato da un approccio strettamente giornalistico di verifica delle informazioni. Il coinvolgimento degli utenti, misurato in User Engangement Minutes, è volato da cinquanta mila minuti a sette milioni di minuti. La necessità di informazione è stata corrisposta da un’etica giornalistica nei confronti del citizen journalism, i contributi degli utenti sono stati valorizzati dal filtro dei professionisti.
Per dirla con una citazione di Andrew Sparrow del Guardian: “If journalism is the first draft of history, live blogging is the first draft of journalism”.
Emily Bell ci ha confermato che la qualità del lavoro di informazione dipende in ampia parte dal sistema di organizzazione e dai processi, oltre al fatto che sul tema di integrazione di vecchi e nuovi media la sua posizione sia molto chiara: DISINTEGRAZIONE!
Il seminario sull’open source intelligence ci ha istruito su alcuni strumenti utili per verificare la veridicità dei contenuti e delle fonti. Tra i più interessanti c’è Foca Forensics, uno strumento focalizzato sull’analisi dei metadati di una vasta gamma di documenti testuali, in grado di fornire dati sull’autore del documento, la data di creazione, il sistema operativo e tante altre informazioni interessanti. Molti di questi dettagli sono accessibili già dalle informazioni dei file raggiungibili dal proprio sistema operativo. Questo tool però esegue l’operazione in batch su un numero molto maggiore di file. Se invece desideriamo curiosare riguardo le immagini, su fotoforensics.com possiamo eseguire l’error level analysis, che ci dirà se l’immagine è originale oppure è stata sottoposta a editing di varia natura.
Harper Reed ci ha conquistato con il suo keynote travolgente, l’attitudine hipster e il successo incredibile riscosso con la campagna Obama. A quanto pare l’esperienza in Threadless sul modello del crowdsourcing gli è servita anche per le elezioni presidenziali, ma a detta sua assegnare le diverse mansioni all’elite dei professionisti delle maggiori aziende mondiali come Reddit, Twitter e Facebook è stato utile, noi non fatichiamo a dargli credito. Il suo consiglio al mondo dei giornalisti? “Fucking do math!”.