L’evoluzione del mercato degli acquisti online

Cresce sempre di più il mercato degli acquisti online, per il 2014 sono stimate oltre 100 milioni di nuove esperienze d’acquisto (fonte Netcomm), ovvero acquisti fatti su siti web o attraverso delle App che gli acquirenti non avevano mai utilizzato prima. È quanto emerge nella terza rilevazione trimestrale dal titolo “Net Retail – Il ruolo del digitale negli acquisti degli italiani”, realizzata da Netcomm con il supporto di Human Highway.

Da quante persone è popolato il mondo dell’e-commerce del nostro Paese? 21,8 milioni di italiani hanno comprato online almeno una volta nella vita, di questi 10 milioni sono clienti online abituali ed acquistano la media di una volta al mese.

Tra i tanti interessanti dati della ricerca, ci preme sottolineare che tra 16 milioni di acquirenti online degli ultimi tre mesi si rileva che il 18% ha fatto almeno un’esperienza di acquisto utilizzando un’app su Smartphone e l’11% almeno un acquisto utilizzando un’app su Tablet. Inoltre, chi acquista tramite app, spende importi medi più elevati e con frequenza maggiore della media degli altri utenti che popolano il mondo degli acquisti online.

Il device utilizzato influenza dunque la frequenza d’acquisto? Sì, la ricerca sottolinea che chi acquista da smartphone lo fa più frequentemente, a parità però di importo medio speso che è sovrapponibile a quello di chi utilizza altri dispositivi. Ogni 100 acquisti online, 15 sono originati da un dispositivo mobile.

Chi sono gli e-shopper del 2014?
40 anni è l’età media, uomini per il 55,4%, tra questi molti i laureati e per lo più i clienti del web vivono nei grandi centri urbani. Gli e-shopper hanno le idee molto chiare su ciò che desiderano perchè giungono all’acquisto dopo essersi informati e confrontati con gli altri utenti, hanno quindi desideri lucidi e concreti, oltre ad essere molto esigenti.

Le richieste alle aziende riguardano gli sconti sui prodotti, la possibilità di provare e poter restituire subito il prodotto se non si è soddisfatti, la consegna gratuita e quella su appuntamento. Gli acquirenti del 2014 hanno inoltre un totale controllo del processo di acquisto anche grazie alla multicanalità che oggi permette di fare acquisti in qualsiasi momento della giornata da qualsiasi luogo e attraverso molteplici mezzi, che sia uno smartphone o la vetrina di un negozio in strada abilitata a essere un touch screen attraverso cui fare shopping. Tra i settori più gettonati come sempre spiccano viaggi e turismo, seguiti dall’elettronica, dai servizi assicurativi, dall’abbigliamento e dagli accessori.

Per le aziende diventa sempre più imprescindibile sviluppare una strategia digitale che comprenda la realizzazione di un e-commerce, è fondamentale puntare sulle versioni responsive dei siti per garantire una miglior user experience ed ampliare il customer engagement, è strategico sviluppare applicazioni ad hoc data la crescita di questo nuovo fenomeno per gli acquisti online.

E voi, avete già iniziato a comprare i regali di Natale sul web?

#Unlibroèunlibro, ovvero di cosa parliamo quando parliamo di ebook

Se chiedete a un vostro amico, a un conoscente o al primo che passa per strada che cosa preferisce leggere tra un libro di carta e un ebook, la risposta sarà prevedibile con un margine di errore dello 0,1%: “meglio la carta”. I vostri interlocutori argomenteranno con tutta probabilità che non c’è paragone tra la sensazione che si prova sfogliando le pagine di un volume con quella di sfiorare un freddo touch screen, e che l’odore della carta, la bellezza estetica dei libri, la nostalgia delle fiabe illustrate raccontate dalla nonna non sono e non saranno mai sostituibili da un e-reader.

Eppure, un dubbio – da qualche parte – rimane. La domanda è: siamo proprio sicuri che, a fronte della crisi dell’economia (abbiamo sempre meno soldi da spendere) e della crisi dell’editoria (gli editori hanno sempre meno soldi da spendere) il digitale non possa offrire un’ancora di salvezza ai lettori e a chi i libri li pubblica? In teoria, un ebook dovrebbe costare meno del suo corrispettivo cartaceo. E la possibilità di un risparmio non dispiace mai a nessuno.

I dati, per adesso, rispondono in maniera ambigua. In Italia, la fetta di libri digitali ricopre circa l’8,3% di quanto viene stampato. Un dato molto più alto rispetto anche solo a due, tre anni fa. Ma comunque sostanzialmente molto basso. Come spiega bene Alessandro Gazoia su Internazionale, i quattro milioni di lettori forti che ci sono in Italia non sono passati al libro digitale: “alcuni leggono anche in digitale, la grande maggioranza continua a preferire il cartaceo (per riviste e giornali il discorso è parzialmente diverso). E gli altri 56 milioni di cittadini che hanno un rapporto meno frequente o perfino inesistente con i libri non sono stati conquistati alla lettura dalle meraviglie dell’ebook”.

Come incentivare dunque la diffusione dei libri digitali a favore di un’industria editoriale all’affanno, nutrendo anche la speranza di offrire a nuovi lettori una fonte di conoscenza meno dispendiosa della carta? Gli organizzatori della campagna #unlibroèunlibro – virale su Twitter da settimane – si pongono esattamente questo obiettivo. E lo fanno sostenendo una tesi molto semplice: la discriminazione dei libri digitali – affermano – si riflette sullo sviluppo culturale del nostro Paese: l’IVA di un libro di carta è il 4%, quella di un ebook è il 22%. Bisogna porre fine alla discriminazione tra libro ed ebook prevedendo lo stesso trattamento fiscale, in Italia e in Europa.

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Fonte: Twitter di “Un libro è un libro”

La battaglia è solo all’inizio. E non sarà semplice vincerla, nonostante l’impegno del governo italiano che – per voce del ministro Dario Franceschini – ha portato la mozione di fronte al Parlamento Europeo. A questo punto non resta altro da fare che aspettare di capire che cosa succederà. E magari, nel frattempo, leggersi un ebook anche solo ‘per vedere l’effetto che fa’.

Instagram: un’immagine vale più di mille parole

Qualche giorno fa Instagram ha rilasciato un nuovo aggiornamento: tra le novità troviamo finalmente la possibilità di modificare le caption delle foto anche dopo averle messe online. Si potrà intervenire così sulla didascalia con un semplice tap sull’opzione “modifica”.

Vi abbiamo già parlato di Instagram, dai contest agli Instagram ads ma, ampliando al massimo il discorso, perché i brand dovrebbero servirsi dell’app di photo sharing più diffusa al mondo per la propria comunicazione?

Ecco 5 + 1 ragioni che ci convincono.

  • Perché è alla portata di tutti: tutti gli smartphone hanno una fotocamera, e proprio dallo smartphone gli utenti scattano e postano circa 60 milioni di foto al giorno.
  • Perché è social: ogni 24 ore sono più di 1,6 miliardi i “mi piace” che vengono aggiunti alle foto.
  • Perché stimola la creatività: diciamolo, i filtri hanno cambiato il modo di fotografare (facendo alzare la nostra autostima a livelli impensati) e grazie a loro anche la porta di casa o un mazzo di fiori -bruttini- acquistano un’allure tutta nuova.
  • Perché è coinvolgente: alzi la mano chi non ha mai fotografato il proprio piatto al ristorante o il proprio amico a quattro zampe (e non dite di no, sappiamo che ci siete cascati anche voi!).
  • Perché è condivisibile con altri social: il suo potenziale non si esaurisce solo sulla piattaforma Instagram, ma si estende anche a Facebook, Twitter e Tumblr con cui è possibile condividere le immagini postate.
    Perché… Perché un’immagine vale più di mille parole.

Se ancora non ne avete abbastanza, aggiungete la possibilità di geotaggare le foto, di catalogare il proprio post con (fino a) 30 hashtag diversi, di menzionare altri utenti e… il gioco è fatto: ecco il motivo per cui, ad oggi, l’86% dei top brand ha un account Instagram (e il numero è raddoppiato in due anni).

Ma come è meglio interagire per i brand su Instagram?

  • Meglio essere riconoscibili: il brand si inserisce in un feed fatto di foto di amici/conoscenti, quindi per essere riconoscibile è meglio usare, come immagine di profilo, il logo.
  • Largo alla spontaneità: niente artifici, le foto sono più apprezzate quando vengono percepite come spontanee.
  • Il mood vince sul prodotto: visto che l’immagine è principalmente emozione ecco che le foto di prodotto, quelle patinate da catalogo in still life vanno evitate. Un caso curioso è quello di General Eletrics che su Instagram ha scelto di mostrare non i propri prodotti, ma le azioni della vita di tutti i giorni che i propri prodotti rendono possibile. Interessanti sono anche i profili di ebay, PayPal, che applicano lo stesso concetto.
  • Costruire una community: conversare con gli utenti è importante, Instagram è un social network. Quindi anche i brand devono essere social, interagire, premiare gli utenti con “mi piace” alle loro foto, gratificarli con regram e renderli parte attiva del profilo.
  • Comunicare in modo sinergico: le ricerche su Instagram possono avvenire per  “utenti” o per “hashtag”. In questo caso diventa importante, ad esempio in caso di campagna, postare in modo coerente su tutti i social del brand, utilizzando su tutte le piattaforme lo stesso hashtag di riferimento, massimizzando i risultati.

E voi, da utilizzatori di Instagram, che cosa ne pensate?

Vine: novità e impatto sui brand

Negli ultimi mesi si è molto parlato di Vine, l’applicazione gratuita di Twitter che permette di creare vines, video della durata di sei secondi condivisibili sui social network. Ma dal suo esordio nel gennaio 2013 alcune cose sono cambiate. Tempo fa vi abbiamo parlato delle novità introdotte da questa app e di quali fossero i benefici per i brand in questo articolo. Come sono andate le cose nel frattempo?

Già durante il 2013 l’applicazione si è rivelata un grande successo, crescendo di oltre il 400% tra il primo e il secondo trimestre dell’anno. Al momento Vine, l’app che ha cambiato il modo in cui le aziende utilizzano i video per le proprie strategie di marketing, conta più di 40 milioni di utenti. Di recente però, sono state annunciate delle importanti novità.
Vine ora permette di importare i video direttamente dal proprio smartphone e di editarli, venendo incontro alle esigenze di moltissimi utenti. È inoltre possibile accorciare i video più lunghi di sei secondi, per rispettare gli standard previsti dalla app. Ma le novità non finiscono qui: si possono inoltre duplicare i frame, decidere se togliere o mantenere l’audio nei singoli clip e modificare la preview mentre si sta ancora registrando.

C’è dell’altro. La camera si è arricchita di nuove feature che rendono le registrazioni ancora più semplici e creative. Infatti, tra le tante novità, vi segnaliamo l’aggiunta di un nuovo pulsante per l’illuminazione, il “ghost mode” che permette di visualizzare l’ultimo frame e un livello per raddrizzare le inquadrature.

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In che modo Vine può aiutare i brand nel definire la propria identity è chiaro: è un’applicazione gratuita e semplice da utilizzare. La brevità dei video permette di veicolare messaggi in maniera brillante, creativa e d’impatto. Le applicazioni pratiche sono diverse: dalla creazione di tutorial, ai video promozionali, fino alla valorizzazione di contenuti live e UGC.

Ma in che modo i brand possono beneficiare delle nuove feature introdotte di recente? L’importazione dei video dal proprio smartphone crea una vera e propria svolta nel modo di utilizzare l’applicazione. Dalla versione 2.5, gli utenti non sono più costretti a condividere contenuti solamente in tempo reale, ma possono utilizzare altri tool per la registrazione e poi in seguito inviare i video sui propri smartphone, editarli sull’app e condividerli.

Le nuove feature aprono inoltre un nuovo mondo di possibilità creative, con le quali ci si può davvero sbizzarrire. Con il miglioramento dell’usabilità dell’app, gli utenti sono potenzialmente più predisposti al suo utilizzo. Questo può trasformarsi, in caso di campagne UGC, in una partecipazione più ampia da parte degli utenti, che beneficiano di un’esperienza migliorata, più semplice e più divertente.
Finalmente poi, nel mese di settembre, è arrivata anche la versione aggiornata per Android.

Quali feature ti hanno incuriosito di più?

Social media e organizzazioni no-profit. Idee per le aziende

È di qualche giorno fa l’analisi di Blogmeter sull’attività social delle organizzazioni no-profit. Dalla ricerca emerge la propensione degli utenti “a partecipare alla diffusione di campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi” e l’adesione a cause per la protezione degli animali (soprattutto su Facebook) o dei diritti umani (in particolare su Twitter).

Le persone condividono non solo le criticità segnalate, ma anche i successi e i risultati raggiunti dalle associazioni che, grazie al continuo confronto con follower/fan, riescono a raggiungere ottimi risultati in termini di engagement  pur avendo a disposizione budget modesti.

Le cause uniscono gli utenti in una battaglia comune creando un buzz difficilmente replicabile senza il sostegno di strumenti di comunicazione specifici: il tasto Share, Retweet o l’uso di un hashatag assumono proprio il significato di “aderire” o “sostenere”. Basti pensare al successo dell’#IceBucketChallenge che ha raggiunto picchi di 22k messaggi in un giorno, grazie anche al sostegno di testimonial d’eccezione (attori, cantanti, politici).

Ci sono una serie di insegnamenti che i brand possono trarre dall’esperienza delle no-profit sui social. La condivisione della quotidianità dell’azienda e di risultati raggiunti nel proprio settore possono aiutare gli utenti, soprattutto su Facebook: vero e proprio diario digitale, a sentirsi coinvolti. Inoltre, permettere agli utenti di “entrare” virtualmente nell’azienda potrebbe aiutare ad aumentare la percezione di trasparenza delle scelte del brand.

È importante valorizzare le cause sostenute: ad esempio, se in azienda è presente un asilo nido per proteggere il diritto alla maternità, perché non dare spazio a questa iniziativa? Sui social si potrebbe raccontare in modo specifico come viene sostenuta tale causa, senza limitarsi solo alla dichiarazione di intenti. Insomma, non chiacchiere ma fatti!

D’altro canto, è sempre da valutare che più le cause sono coinvolgenti, più c’è il rischio che possano trovare opposizioni intransigenti. Riprendendo l’esempio dell’asilo nido, potrebbero esserci utenti che esprimono la loro contrarietà all’iniziativa. Questo non deve impedire alle aziende di comunicare, piuttosto a monitoare le conversazioni, a stilare un elenco di possibili critiche e ipotesi di gestione.

Ultima indicazione. Se si decide di sostenere una causa pubblicamente, non bisogna dimenticare l’importanza di mantenere una coerenza rispetto a tale scelta: come sottolinea Blogmeter, gli utenti non perdonano l’incoerenza.

Tu quali organizzazioni no-profit segui sui social media?

Pay with a tweet: pagare i contenuti con le azioni sociali

Così come la maggior parte dei media anche i social network sono un mercato a due vie, dove da una parte ci sono i consumatori che fruiscono i contenuti e dall’altra i brand che comprano spazi pubblicitari e offrono contenuti. Come sappiamo bene a differenza di altri media sui social gli utenti possono anche produrli i contenuti, menzionando o semplicemente citando i loro marchi preferiti. Spesso ciò avviene anche in modi e per motivi lontani dalla funzione del prodotto, per esempio quando gli spot diventano dei veri e propri meme, entrando nell’abitudine linguistica del quotidiano.

Il brand può impiegare a suo vantaggio il comportamento spontaneo delle persone affinché producano contenuti in una maniera fruttuosa e quantificabile. Quello che si definisce come approccio “spintaneo”. La call to action rappresenta lo strumento base per indirizzare il comportamento degli utenti, che può essere ricompensato dando visibilità e importanza a quanto prodotto, oppure attraverso la spedizione di gift a tema con l’iniziativa.

Un’altra soluzione che permette di definire in maniera più precisa l’output e lo sforzo richiesto all’utente è costituita dal “pagamento” attraverso le azioni sociali, in cambio di prodotti, servizi o contenuti erogati dal brand. Il modello più noto è il “Pay with a tweet“, dove viene chiesto all’utente di twittare un testo predefinito in cambio di ciò che era interessato ad ottenere. Nel tempo questo formato si è evoluto, approdando in ambiti diversi rispetto ai servizi e ai contenuti digitali, vediamo alcuni casi interessanti.

Il brand inglese Innocent ha deciso di aumentare la portata della comunicazione sui pranzi vegetariani con l’iniziativa “Tweet & Eat”, dove al raggiungimento di determinate soglie di volume di tweet il prezzo dei prodotti veniva abbassato a favore dei consumatori. L’hashtag di progetto è diventato trending topic nelle quattro ore successive al lancio, con 40.000 persone che hanno scaricato il coupon.

Un concetto simile è stato applicato da Showtime per la sua serie Homeland, dove è stato chiesto ai follower di twittare all’account della serie includendo l’hashtag #HomelandIntel. In cambio gli utenti hanno ricevuto un tweet con il link per guardare il clip esclusivo.

Il produttore inglese di snack Walkers Crisps ha pensato a una declinazione ancora più creativa di questo approccio, disponendo in tre fermate del bus di Londra dei dispositivi speciali. Le persone sono state coinvolte attraverso un video dove il testimonial della campagna, Gary Lineker, chiedeva loro un tweet dove lo menzionassero su Twitter in cambio di uno dei nuovi prodotti. Guardate il video per farvi un’idea:

Voi cosa ne pensate? Fareste mai un tweet per ottenere in cambio qualcosa?

I dispositivi indossabili e il mobile advertising

Spopolano i “wearable device“, ovvero i dispositivi indossabili, gadget tecnologici in grado di raccogliere informazioni e archiviarle su Internet per gli utilizzi più disparati. Questo tipo di dispositivi utilizzano software che combinano principalmente quattro tipi di servizi: la geolocalizzazione, la connessione ad Internet, gli archivi cloud e le comunità social.

Il precursore di tutti i dispositivi “wearable” è stato “Google Glass”, i famosi occhiali che forniscono un servizio di realtà aumentata prodotto in collaborazione con Luxottica che ha già fatto la sua comparsa negli Usa.

Oltre agli occhiali, sono tantissimi i dispositivi indossabili oggi disponibili sul mercato: orologi (in arrivo nel 2015 l’Apple Watch), scarpe, cinture, apparecchi acustici, capi da abbigliamento, braccialetti, fasce toraciche. A livello mondiale nel 2013 sono stati venduti 6,2 milioni di wearable device ed entro la fine del 2014 le consegne nel mondo raggiungeranno quota 19,2 milioni, con una crescita del 209%. Nel 2018 si stima che saranno consegnati 111,9 milioni di dispositivi indossabili, il che porterà la crescita media annua (CAGR) nel periodo 2013-2018 ad assestarsi sul 78,4% (fonte IDC).

Quali nuove prospettive si aprono per la pubblicità su questo tipo di dispositivi?

I messaggi pubblicitari del mobile advertising assumeranno nuove forme, presumibilmente più coinvolgenti ed interessanti perché potranno essere inseriti anche degli elementi di realtà aumentata all’interno delle campagne pubblicitarie. Ikea ad esempio ha reso il proprio catalogo interattivo mostrando in tempo reale ai propri clienti, attraverso la tecnologia Google Glass, come si potrebbe trasformare la propria casa con i mobili scelti.

I dispositivi indossabili ci “accompagneranno” dunque negli acquisti, guidandoci direttamente nel punto vendita. Attraverso questo tipo di dispositivi sarà possibile targettizzare al meglio le campagne, facendo sì che gli utenti raggiungano il massimo del coinvolgimento.

Google qualche mese fa ha inviato una lettera alla SEC – Securities and Exchange Commission, l’autorità americana di vigilanza sulla Borsa, annunciando che in un prossimo futuro grazie alla diffusione dei dispositivi indossabili, degli elettrodomestici domotici e all’impiego dei sistemi Android sulle automobili, potrebbero arrivare sul mercato tipologie di advertising che renderebbero obsolete le classiche adv sul web. Annunci pubblicitari dunque non solo negli smartwatch e smart glass, ma anche a casa sui frigoriferi intelligenti e all’interno della propria auto.

Un altro settore che trarrà vantaggio da questo tipo di dispositivi sono gli sviluppatori di software, che produrranno nuove applicazioni realizzate ad hoc per i wearable device.

Tra i settori merceologici che saranno maggiormente coinvolti quello sportivo, considerati i tantissimi dispositivi a disposizione (dai cronometri ai contapassi, dai cardiofrequenzimetri ai contavasche per il nuoto) e il settore dell’intrattenimento, con la musica e la fotografia in cima alla lista delle applicazioni più usate.

Credits: Dan Leveille CC BY-SA 3.0

L’Italia ama lo smartphone

Il proliferare dell’utilizzo degli smartphone è ormai cosa assodata, lo possiamo notare ogni volta che andiamo a un concerto dalle mani alzate e dagli schermi che disturbano la visuale del palco per esempio. Ma gli italiani quanto amano lo smartphone? Tanto. Secondo una ricerca condotta da Deloitte, “State of the Media Democracy“, l’85% ne possiede uno. Aspetto ancora più interessante è che il dato risulta in crescita rispetto al 2013, dove era il 72% ad essere dotato di un telefono di ultima generazione.

Più smartphone significa anche un maggiore utilizzo dei servizi disponibili sul web in mobilità, quindi seguendo abitudini e modelli di fruizione diversi. Disporre di questo genere di informazioni è fondamentale, perché ci consente di ottimizzare la mobile social marketing strategy affinché ottenga risultati coinvolgenti come su desktop. A completare il panorama dobbiamo considerare che su Facebook il 60% degli accessi avviene da mobile, principalmente tramite l’applicazione.

Qual è il risvolto sulla mobile social marketing strategy?
I brand non possono più permettersi di trattare il mobile come un’appendice della strategia digitale, al contrario la strategia e i contenuti vanno ottimizzati in partenza:

  • Secondo il modello di fruizione
  • Secondo le specifiche tecnologiche
  • Secondo criteri di leggibilità

Ignorare questi aspetti implica un tasso di interazione con i propri contenuti inferiore, che grazie all’EdgeRank sappiamo condurre a un futuro di reach molto bassi che a loro volta portano a interazioni ancora più basse.

Come usare questo dato a proprio favore?

  • Considerare un modello di fruizione mordi e fuggi deve condurre a un tipo di scrittura semplice e chiaro, con testi di lunghezza ridotta e terminologia di facile comprensione.
  • Nel momento in cui viene inserito un link in un post, considerare il sito di destinazione e domandarsi se è fruibile agevolmente via mobile, un test pratico è utile allo scopo.
  • Assicurarsi che le immagini di accompagnamento al testo che abbiamo scelto siano leggibili anche su schermi di dimensioni ridotte, mentre si è di fretta o si sta facendo altro.

Siate sinceri, quanti di voi ottimizzano i contenuti per il mobile?

 

Yahoo! compra Flurry per imporsi nel mobile advertising

Yahoo! ha acquistato, pare per 300 milioni di dollari, la società californiana Flurry, specializzata in web analytics, mobile e app; si tratta della maggiore acquisizione di Yahoo! dai tempi di Tumblr e potrebbe essere una straordinaria opportunità per il mobile advertising.

L’obiettivo dell’azienda guidata dal Ceo Marissa Mayer è evidente: consolidare il proprio business sui dispositivi mobili e monetizzare le app mobile attraverso la realizzazione di soluzioni pubblicitarie ad hoc.

I concorrenti Google e Facebook controllano i due terzi del mercato delle spese in mobile advertising a livello mondiale, e per Yahoo! è evidentemente arrivato il momento di recuperare terreno.

Che opportunità offre questa acquisizione? Consente a Yahoo! di attingere ai molteplici dati raccolti dalla piattaforma Flurry, moltissime informazioni grazie alle quali gli sviluppatori mobile potranno ottimizzare le loro applicazioni. In questo modo Yahoo! potrà progettare e realizzare applicazioni utili e efficaci, che punteranno in modo mirato agli utenti, così da accrescere il loro valore in un’ottica di investimento pubblicitario.

I sistemi di analytics di Flurry sono utilizzati da 170 mila sviluppatori per un totale di oltre 540.000 applicazioni sulla piattaforma, dato in crescita da quando nel 2008 è nata la società.

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Fonte: Flurry Analytics

Il mondo degli investimenti pubblicitari sul mobile continua a crescere inarrestabile. Secondo Gartner, società multinazionale leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nel campo dell’Information Technology, il settore della pubblicità mobile varrà 18 miliardi di dollari alla fine di quest’anno (fonte Sole24ore).

Cosa ne pensate, Yahoo! riuscirà davvero a scalare il settore del mobile advertising, garantendosi una fetta maggiore del mercato al momento capitanato da Google e Facebook? I dati sono a suo favore, da quanto dichiarato da Yahoo! i ricavi del display advertising sono infatti cresciuti di oltre il 100% anno su anno, trainati dal numero crescente di persone che accedono al sito da un dispositivo mobile.

Staremo a vedere.


[Fonte foto Marissa Mayer: Lionel Cironneau / Associated Press]

#Vamping. La nuova tendenza che arriva dal passato.

Se siete tra i primi a leggere questo post, probabilmente siete stati colpiti anche voi dal fenomeno del momento: il Vamping. Le alternative sono due: o soffrite di insonnia o siete dei vampiri. Questo ovviamente perché il post è stato pubblicato di notte, per l’esattezza alle 3.00 del 6 agosto 2014.

Ma cos’è il vamping? Si tratta di un’abitudine in voga tra gli adolescenti, diffusa soprattutto negli Stati Uniti.
I ragazzi, come dei veri vampiri digitali, popolano i social network nelle ore notturne, e li riempiono di contenuti contrassegnati dall’hashtag #vamping.
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, possiamo dare uno sguardo ai tweet, post Facebook, Vine e Instagram con i riferimenti vampireschi.
La tendenza alla chat notturna, o a passare le nottate a scambiarsi messaggi con amici, conoscenti, amori e parenti (parenti?), non è un fenomeno recente, anzi si può dire che risalga alla notte dei tempi (di Internet e della telefonia, ovviamente).
Ma ora, come dicevamo, il fenomeno si è spostato sui social network e su applicazioni come Whatsapp e Line.

Il vamping è un’opportunità per i brand? Probabilmente sì.
I marchi italiani dovrebbero sfruttare questa tendenza in anticipo per veicolare i contenuti rivolti ai ragazzi durante le ore notturne, generalmente poco trafficate dai messaggi di prodotto.
Contenuti di questo tipo dovrebbero ovviamente entrare nel flusso comunicativo contraddistinto dall’hashtag di riferimento. Il tono di voce utilizzato sarebbe vicino a quello degli adolescenti e, perché no, si potrebbe pensare anche ad una targetizzazione dei post.
Anche eventi e chat notturne potrebbero essere una buona opportunità di comunicazione.

 

Nota:

Nessun vampiro o sonnambulo è stato sfruttato per scrivere questo post.